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04/11/11

Great Pacific Garbage Patch


trash_vortex
Qualcuno la chiama la Great Pacific Garbage Patch, altri Pacific Trash Vortex, ma a prescindere dal nome, l’enorme isola di rifiuti di plastica che galleggia nell’Oceano Pacifico, indicata anche tra ipeggiori disastri ambientali della storia, continua a crescere inarrestata, affermandosi, di fatto come la più grande discarica del Pianeta.
Le decine di milioni di tonnellate di rifiuti che galleggiano tra le coste del Giappone e quelle degli Stati Uniti, aumentano sempre di più e hanno raggiunto livelli definiti “davvero allarmanti” e, stando agli oceanografici ha raggiunto un’estensione “quasi doppia rispetto a quella degli Stati Uniti”.
E dentro quest’isola che, per via delle particolari correnti convoglia a sé la spazzatura dell’oceano pacifico, è possibile trovare di tutto dai sacchetti di plastica a palloni da calcio, dai mattoncini lego a scarpe, borse e milioni di bottiglie e lattine. Oggetti che inquinano il mare e che, stando agli esperti, proverrebbe per un quinto dai rifiuti di navi e piattaforme petrolifere.

Come spiega lo scienziato Marcus Eriksen al Fatto Quotidiano, la Garbage Island non è visibile dal satellite in quanto sarebbe collocata appena al di sotto della superficie marina, fino a 10 metri di profondità. Venne scoperta alla fine degli anni ’80 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa) e si divide in due blocchi: : “Uno a circa 500 miglia marine dalle coste californiane, ed uno al largo di quelle giapponesi connessi dalle correnti che ruotano in senso orario attorno ad essi”.
E in questo mare di spazzatura è possibile ritrovare anche materiali risalenti agli anni ’50. Ciò dipende dal fatto che le materie plastiche non essendo del tutto biodegradabili, pur disintegrandosi in pezzi piccolissimi nel corso del tempo, non si eliminano completamente e i polimeri che le compongono finiscono per arrivare nella catena alimentare, scambiati per plancton e magiati dalla fauna marina.
Ma quanta plastica c’è esattamente nel Trash Vortex? Secondo l’Unep già nel 2006 ogni miglio quadrato di oceano conteneva 46mila pezzi di plastica galleggiante, arrivata oggi a oltre 100 milioni di tonnellate e, stando a quanto descritto da Charles Moore, a cui si deve l’attenzione mediatica sul fenomeno “questa massa galleggiante potrebbe raddoppiare le sue dimensioni entro il prossimo decennio”.
Una delle cause individuate proprio da Moore sarebbero i sacchetti di plastica che in Italia, per la prima volta all’avanguardia ed esempio per tutte le altre Nazioni, sono stati vietati. E se c'è già chi ipotizza di costruirci sopra un vero e proprio nuovo mondo, un'isola di plastica da abitare, rimane il fatto che sul fronte della bonifica di quest'area, è proprio il caso di dire, siamo ancora in alto mare.

Cambiamenti climatici: i paesi più a rischio:


Quali sono i Paesi e le città più a rischio a causa del surriscaldamento globale e dei cambiamenti climatici? A rivelarlo è il Climate Change Vulnerability Index del centro ricerche Maplecroft, nella sua ultima edizione, resa nota alla stampa nei giorni scorsi. Il rapporto cataloga come a ‘rischio estremo’ ben 30 paesi, tra cui BangladeshIndiaMadagascar, Nepal, Mozambico, Filippine, Haiti, Afghanistan, Zimbawe, e Myanmar (vedere cartina).
Nella cartina pubblicata (cliccandoci sopra è possibile ingrandirla), è facile individuare, grazie alle gradazioni di colore, i Paesi a più alto o basso rischio. Tra quest’ultimi troviamo anche l’Italia, posizionata in 124esima posizione, dopo la Cina (98esima posizione) e prima degli Stati Uniti (160^). Il Paese più sicuro, all’estremo della classifica pubblicata dalla Maplecroft, troviamo l’Islanda.
Come viene stilato il rapporto. Il Climate Change Vulnerability Index ha preso in considerazione le 20 città la cui popolazione crescerà di più da qui al 2020. Quella più a rischio è la capitale del Bangladesh, Dacca, seguita da Chittagong, Addis Abeba, Manila, Kolkata e Jakarta. Ad alto rischio ci sono anche Chennai, Mumbai, Kinshasa, Karachi, Lagos, Luanda, Kabul, Lahore, Delhi e Guangzhou, mentre a rischio medio ci sono Khartoum, Shanghai, Pechino e il Cairo.
Nonostante l’Italia sia tra i Paesi a basso rischio, osservando la mappa disegnata dal rapporto non mancano anche da noi aree vulnerabili: i colori più scuri si concentrano principalmente in SiciliaSardegna e nella pianura Padana occidentale. Essendo il tema di grande attualità, a causa degli ultimi avvenimenti in Liguria e in Lunigiana, ne approfittiamo per segnalare – per chi volesse dare un contributo concreto in favore delle popolazioni colpite dall’alluvione – la raccolta lanciata da TG La7 e Corriere della Sera. E’ possibile devolvere 2 euro inviando un semplice SMS al 45500 da numerazioni TIM, Vodafone, Wind, H3G, PosteMobile, CoopVoce, Tiscali Mobile, Nòverca, Auchan Mobile. Per chi volesse contribuire da rete fissa, basterà una semplice chiamata, sempre al 45500, da rete Telecom Italia, Tiscali, Fastweb o TeleTu (il servizio è attivo fino al 28 novembre 2011). In alternativa, i versamenti si possono inoltre effettuare al conto corrente IT 80 O 03069 05061 100000000567, indicando come beneficiario “Un aiuto subito. Alluvione Levante ligure e Lunigiana” presso Banca Intesa Sanpaolo, filiale di Roma, viale Lina Cavalieri 236.

Ecopass a Milano, le ultime buone novità:


Primo passo avanti nell’annosa questione dell’accesso dei veicoli al centro città in una delle più trafficate città d’Italia, che, si spera, farà da apripista anche ad altre realtà del nostro paese.
Il neo-sindaco di Milano Giuliano Pisapia l’aveva nel suo programma ma si sà come le promesse elettorali siano quanto di più evanescente… Eppure per una volta sembra diventata una realtà. L’ecopass che è presente a Milano dal 2008 come tassa sull’inquinamento – una Pollution Charge che premia chi inquina di meno – dal 16 gennaio 2012 diventa una vera e propria tassa sul traffico sul modello della londinese Congestion Charge.
Così come era stato concepito, far pagare le auto più inquinanti e dunque le più vecchie, l’ecopass finiva con il diventare un balzello per chi non si poteva permettere una vettura nuova meno inquinante. Aiutando di fatto i più ricchi.
Il nuovo ecopass farà pagare a tutti 5 eur per poter accedere entro la cerchia dei bastioni, la parte più antica e centrale di Milano.  Chi possiede invece mezzi vecchi e inquinanti non potrà proprio passare.
Ovviamente c’è già chi grida allo scandalo! I negozianti e chi si occupa di distribuzione e trasporto merci vuole una deroga per poter accedere liberamente al centro cittadino invocando terribili disfatte economiche che sicuramente si abbatteranno sulo loro business già duramente provato dalla crisi. Allo studio una fascia di rispetto (la mattina) per le consegne ma sempre con un ecopass scontato.
La realtà invece, lo sappiamo, è diversa. Londra ha una tassa sul traffico (qui trovi in cosa consiste e come pagarla) ben più alta della nostra (14 eur) da quasi 5 anni e le più recenti statistiche hanno evidenziato come in realtà il giro di affari dei negozi che sono all’interno della zona soggetta al pass sia aumentato. Segno questo che l’aumento dei pedoni permette di avere maggiore attenzione alle vetrine e fà lievitare gli acquisti, anche con la crisi.
Ben venga, finalmente una piccola tassa che può aiutare a vivere meglio le nostre trafficate città e amigliorare la loro pessima qualità dell’aria. E speriamo anche che altri centri imitino Milano.

Rigenerare i computer, le nuove frontiere green dell'elettronica:


corriere.it

La nuova professione che si è inventato il 39enne milanese Marco Gialdi

MILANO - Rigenerare computer per dargli una seconda vita sul mercato, cambiando pezzi di hardware, estetica e sistemi operativi. È questa la professione di Marco Gialdi, 39enne imprenditore milanese che, grazie alla sua visionaria idea di «rigenerazione informatica», in soli tre anni è riuscito con le sue macchine, anagraficamente vecchie ma totalmente rinnovate, a sbaragliare il campo del pc usato. Vendendo computer rigenerati, operativamente come nuovi, a partire da 100 euro. E, conquistandosi una fetta di mercato, quella dei prodotti elettronici riutilizzati, ancora di nicchia nel nostro Paese.
MESTIERE NUOVO - Un mestiere inventato quasi da zero, a parte la formazione da perito elettronico informatico e, come racconta lo stesso Gialdi, «nato per caso nel 2007 davanti a una birra». Una scommessa al buio che, in una manciata di anni, è riuscita a rigenerare anche la stessa sua azienda. Aprendo anche una nuova speranza per l'Italia sul tema del riutilizzo elettronico, una pratica, secondo le direttive europee, ancora più importante del riciclo. La forza dei sogni e l'etica imprenditoriale - Un’impresa famigliare, la Fastinking di Gialdi, che negli anni Novanta riciclava toner e nastri per stampanti, fiorente e con un trend di crescita del 40% fino al 2004, ma che rischiava di chiudere i battenti e di diventare una delle vittime del Sud-est asiatico e dei loro prezzi concorrenziali. Per poi tornare, nel 2008, sulla cresta dell’onda grazie alla rigenerazione dei pc. Con l'apertura di un nuovo ramo aziendale, chiamato appunto Rigeneriamoci, cominciato con il passaparola, tra amici e conoscenti, per poi allargare il giro alle compagnie di assicurazione, alle banche e alle multinazionali. E che, a oggi, ha fatturato quasi 300 mila euro. Rendendo Gialdi un temibile competitor sia per i broker europei a caccia di tecnologia usata da rivendere e spedire nei Paesi emergenti, sia per le organizzazioni malavitose che operano nell'esportazione illegale dei rifiuti elettronici.
RACCOLTA E RICICLO - «In Italia, soprattutto per quello che riguarda il business dei computer usati», afferma Danilo Bonato, presidente del centro di coordinamento Raee, ossia dei consorzi che in Italia si occupano della raccolta dei prodotti elettronici, «la situazione, purtroppo, è ancora troppo poco trasparente. Ben vengano, quindi, imprese pulite come quella di Gialdi che certificano la tecnologia ritirata. La speculazione sulle materie prime», puntualizza Bonato, «ad esempio il rame delle schede madri, è un pericolo insidioso perché genera il traffico malavitoso e incontrollabile dei rifiuti elettronici. Infatti, sono ancora troppi quelli esportati illegalmente, con il rischio anche di drammatiche conseguenze ambientali, visto che la maggior parte finisce in Paesi sottosviluppati come il Ghana e in alcune zone dell'India e della Cina».
RIGENERAZIONE TECNOLOGICA - «Far rivivere qualcosa», afferma Gialdi, «in questo caso i prodotti informatici, è un concetto molto lontano da quello del riciclo. Che prevede principalmente la trasformazione di un oggetto non più usufruibile al suo stato originale in un altro completamente nuovo. Ad esempio», spiega il rigeneratore, «riciclare è convertire una bottiglietta di plastica in una borsetta all’ultima moda. Invece la rigenerazione – puntualizza Gialdi– è qualcosa di totalmente diverso. Perché far rivivere con la stessa funzione una macchina considerata terminale, vuol dire allungarle la vita con la stessa funzione d’origine». E di vite tecnologiche, il dottore dei computer, in questi ultimi anni, è riuscito ad allungarne veramente tante. Visto che si possono contare più di mille macchine rigenerate. Che, tra cambio di processori, ram e schede video hanno avuto l’opportunità di una seconda vita.
DOCTOR PC - «I vecchi terminali», spiega Gialdi, «dopo un’accurata pulizia che prevede, oltre al ricambio delle componenti interne, il ripristino delle configurazioni e anche l’eliminazione dei graffi in superficie, possono tornare perfettamente funzionali». Spesso, grazie anche all’installazione di sistemi operativi open source, come Linux, che consentono ai vecchi computer con potenzialità di base limitate di appoggiarsi a server esterni per continuare a fare il loro lavoro. «Questa opzione», conclude Gialdi, «è molto richiesta dalle aziende che hanno basato i loro processi e gli impianti industriali su terminali molto vecchi, magari degli anni Ottanta, e che, con questa sistema possono continuare a fare le stesse operazioni senza essere costrette, ogni volta, a rinnovare il parco macchine».
RIFIUTI ELETTRONICI – Una nuova vita per i prodotti tecnologici che, come auspica Danilo Bonato, in futuro potrebbe alleggerire anche il lavoro svolto dal Raee. Attualmente impegnato sul territorio italiano con 3.100 isole di raccolta ecologiche per lo smaltimento dei rifiuti elettronici. «Purtroppo», dice Bonato, «per la raccolta c'è ancora un grande divario tra il nord e il sud Italia. Anche se negli ultimi due anni abbiamo raddoppiato il nostro di smaltimento elettronico, innalzandolo da 2 a 4 chilogrami a persona. Con picchi di 7 chili al nord. Ancora poco», conclude Bonato, «se si pensa ai 16 kg prodotti per ogni abitante nei Paesi del Nord Europa, ma un cambio di marcia significativo soprattutto, dopo la recente modifica della direttiva Ue». Infatti, la proposta appena presentata dalla commissione Ambiente del Parlamento Europeo, prevede un impegno ancora maggiore sul riciclo dei rifiuti elettronici da parte degli Stati membri. La direttiva, già approvata in seconda lettura e che, a gennaio 2012, sarà votata in sessione plenaria per aprire il negoziato con il Consiglio Europeo, vede infatti tra i nuovi obiettivi oltre al recupero delle materie prime preziose anche la contabilizzazione dei rifiuti elettronici. Da farsi con una raccolta strategica, del 85% entro il 2016 per quelli realmente prodotti, e del 65%, tra il 2020 e il 2022, basata su quelli messi in vendita.

WWOF, il turismo eco-solidale alla scoperta di nuovi luoghi:



L’ospitalità è un concetto molto ampio che all’interno racchiude anche il valore dell’aiuto reciproco, del lavoro e della riscoperta della vita a contatto con la natura. E’ quello che in termini associativi esprime Wwoof (acronimo di:World Wide Opportunities on Organic Farms) che ha da quattro anni circa (due ufficiali) fondato la sua sezione italiana (qui il sito ufficiale). Che cosa propone l’associazione? Lavoro e aiuto in alcune fattorie italiane in cambio di ospitalità, contatto con la natura, cibo genuino.
In sostanza: trovo la fattoria Wwoof che richiede aiuto in una zona italiana o estera che mi interessa, faccio domanda presso l’associazione, questa stessa mi fornisce un’assicurazione contro gli infortuni e una tessera. Bisogna poi solo preparare le valigie. Le fattorie non si aspettano dei contadini esperti al vostro arrivo: pretendono solo motivazione e voglia di imparare. Mangerete direttamente dalle coltivazioni, anche perché molte fattorie Wwoof  fanno solo auto-produzione, cioè non vendono all’esterno i prodotti della loro terra. Naturalmente avrete degli orari di lavoro ben definiti e, quindi, anche del tempo libero. Potrebbe essere davvero un’esperienza ricca di stimoli.
Wwoof Italia nasce dall’esperienza della Wwoof britannica, nata 35 anni fa dall’idea di Sue Coppard, la fondatrice dell’associazione. Londinese e stressata dai ritmi della città, la donna ebbe l’idea di scambiare il suo lavoro con l’ospitalità in una fattoria biologica. Gradualmente l’idea è stata seguita da altre fattorie  e molti ragazzi e ragazze hanno voluto fare come Sue.
Così Wwoof è cresciuta e oggi è presente in 14 paesi con 344 fattorie ospitanti con una lista che è a vostra disposizione sul sito dell’associazione.  Insomma, un ottimo modo per fare di un viaggio un’esperienza che vi arricchirà da tutti i punti di vista.