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22/06/12

Eco lifestyle: arriva l'aperitivo green che convince gli italiani

ramazzotti aperitivo green
Se l'aperitivo è ormai il momento più in voga nelle città italiane per socializzare, distendere i nervi dopo il lavoro e rilassarsi un po' prima di rientrare a casa, Ramazzotti ha avuto un'idea vincente nel legare a questa abitudine ormai consolidata la nuova tendenza ad uno stile di vita green, che conquista sempre più italiani. 

L'idea maturata dall'azienda italiana è stata quindi quella di offrire una bevanda di qualità, interamente realizzata con ingredienti naturali. Proprio questa attenzione alla salute e all'eco-compatibilità del prodotto, dal packaging agli ingredienti, è emersa come qualità apprezzata dal campione di cittadini compreso nell'indagine svolta da all'agenzia Synovate Italia commissionata da Ramazzotti. 

In questa ricerca sono state coinvolte 600 persone rappresentative del target aperitivo italiano: uomini e donne di età comprese tra i 25-45 anni, 68% uomini, 32% donne, consumatori di aperitivo fuori casa almeno due volte la settimana. Il test ha indagato su due livelli: l'accettazione del posizionamento green - naturale, la coerenza del prodotto al concetto, il gradimento del prodotto e del packaging. Il concept ha dimostrato un alto gradimento e il prodotto Aperitivo Ramazzotti ha riportato inoltre un elevato punteggio in termini di coerenza con tale concept "green". 
L'idea di una bevanda attenta alla natura è infatti percepita come rilevante e originale, e il posizionamento riflette una forte carica di istintività, dando voce alla tendenza attuale, rivolta ad uno stile di vita green, ovvero verso prodotti no-frills, genuini, low impact. Il rispetto dell'ambiente si aggiunge così alle buone ragioni che convincono gli italiani a darsi appuntamento sotto l'ufficio, per gustare in compagnia un buon aperitivo. 

21/06/12

Greenpeace: ecco i gruppi industriali che inquinano di più l’Italia


Greenpeace Italia ha dichiarato da un po’ di tempo guerra ad Enel. L’accusa, la conoscerete tutti, è quella di essere un’assassina del clima, grazie alle emissioni di CO2 che le centrali termoelettriche, soprattutto quelle al carbone, regalano ogni anno al nostro Paese ed all’intero ecosistema globale. Sappiamo anche come la prima società energetica italiana rigetti le accuse e stia valutando l’ipotesi di agire per vie legali contro l’associazione ambientalista.
Insomma è guerra vera, diversamente da quanto avvenuto in altre recenti campagne di Greenpeace dove gli obiettivi hanno fatto molta meno resistenza. Fra gli argomenti forti della propria battaglia, l’associazione ha da poco utilizzato una classifica delle emissioni CO2 dei maggiori gruppi industriali del Paese per il 2011. I risultato vedono, quantitativamente Enel ed in generale il settore energetico fare da padrone. L’altra grande big della classifica sarebbe poi la tanto discussa Ilva (come sorprendersi d’altronde?).
Eppure se proviamo a dare uno sguardo a questa tabella ci sembra che il dato davvero interessante sia un altro. Iniziamo dando uno sguardo al comparto energetico.
reparto combustione
Accanto alle emissioni registrate, la scheda considera anche quali sono quelle “assegnate”. E questo è un riscontro importante. Enel sfora 4,6 milioni di tonnellate la sua quota, a fronte di una produzione totale di 36,8. La Taranto Energia sfora di una quantità di CO2 estremamente vicina a quella della tanto vituperata concorrente, pur all’interno di una quota emissione generale neanche rapportabile. Inoltre, ci sarebbe da apprezzare il comportamento di aziende come EniPower, Edison, EdiPower e Polimeri Europa che in quanto ad emissioni stanno al di sotto delle loro quote assegnate. Di più, nonostante le pessime prestazioni di Enel e Taranto Energia, l’intero comparto energia sfora di appena 5 milioni di tonnellate.
Interessante poi osservare il riferimento agli altri comparti:
altri reparti
Se la raffinazione non vede nessun eccellenza (anzi Eni perde quanto guadagna a livello energetico), gli altri settori sembrano essere virtuosi, regalando addirittura all’Italia una quantità generale di CO2 emessa inferiore, anche se di poco, alle quote assegnate. Persino l’Ilva, quantitativamente uno dei peggiori killer del clima nel Paese, viene di fatto “promosso” da questa classifica.
Tutto ciò suggerisce, pur ringraziando Greenpeace per il lavoro svolto, di tenere un comportamento leggermente critico nei confronti dell’iniziativa. Innanzi tutto, è evidente come non si possa ridurre l’inquinamento atmosferico alla sola produzione di CO2 – nella lotta contro Enel, Greenpeace rischia di far passare in buona luce impianti che riversano veleni anche peggiori dell’anidride carbonica nella nostra aria. Inoltre, a livello energetico ci sembra che manchi un dato essenziale, quello del rapporto energia prodotta/emissioni. In mancanza di esso, qualsiasi classifica ci pare incompleta.
Detto questo, non possiamo esimerci dal far nostro l’appello perché le centrali a carbone in Italia vengano chiuse prima possibile. Ci chiediamo anche, però, se non sia troppo “allegra” la gestione delle quote di emissioni per impianto da parte dello Stato e se non sia il caso di iniziare una battaglia su questo fronte. Così, come c’è da chiedersi se non siano troppo leggere le penalità previste nei casi in cui un’azienda “sfori” le suddette quote.
Forse la potente e spettacolare macchina da guerra mediatica di Greenpeace, il cui lavoro ribadiamo essere sicuramente prezioso, dovrebbe in questo settore cercare di non semplificare una situazione decisamente complessa, come il rapporto produzione industriale / inquinamento. Non è possibile ridurre tutto alle quote di emissioni di un singolo agente inquinante da parte di una singola azienda. Ma la battaglia va forse cominciata a partire dalla gestione politico-istituzionale degli avvenimenti, chiedendo innanzi tutto regole precise e provvedimenti esemplari per chi non le rispetti.
A prescindere da tutto comunque l’epoca del carbone dovrebbe considerarsi conclusa e i gruppi industriali italiani dovrebbero assumere questo fatto ed adeguarvisi.


20/06/12

NUOVO SONDAGGIO

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Highgrove: la sontuosa fattoria biologica del principe Carlo d’Inghilterra


Servono circa cinque anni di attesa per visitare come turisti la tenuta di Highgrove, proprietà del principe Carlo d’Inghilterra nella contea del Gloucestershire (a un paio d’ore da Londra).
Cuore del complesso è una grande villa georgiana costruita nel ’700 da un nobile ugonotto e poi acquistata nel 1980 dal principe negli anni in cui era appena iniziata la vita matrimoniale con Lady Diana. La villa è circondata da un giardino di ben 300 ettari, curati dal principe con l’aiuto di un piccolo esercito di giardinieri. A poche miglia si trova una fattoria chiamata Duchy Home Farm, un paradiso della biodiversità: 600 ettari di terreno coltivati a mais, orzo e frumento, oltre che con una cinquantina di varietà di ortaggi biologici. Sui prati pascolano le pregiati bovini Aberdeen Angus, oltre che varie razze di maiali originali inglesi e pecore delle isole Ebridi.
Non solo qui si respira l’aria delle vecchie fattorie inglesi, ma questo è il regno dell’ecosostenibilità e dell’agricoltura biologica: banditi diserbanti e pesticidi chimici, si innaffia solo con acqua piovana filtrata e si concima il terreno con compost derivato dal riciclo degli scarti. Carlo coltiva antiche specie di ortaggi e alberi da frutto della tradizione britannica, alcuni a rischio di estinzione. Anche il paesaggio è stato sempre tutelato negli anni, con il ripristino dell’architettura rurale e dei muretti a secco in pietra locale. Insomma, è il trionfo di una filosofia dell’ambiente di cui il principe del Galles – bisogna ammetterlo – è sempre stato promotore, anche in tempi non sospetti. The prince who talked to plants, lo aveva soprannominato la stampa inglese: “il principe che parla con la verdura”.

19/06/12

Tonno in scatola: MareBlu solo da pesca sostenibile entro il 2016


Fonte Foto: Mareblu.it
A seguito della campagna "Tonno in trappola" promossa negli scorsi mesi da parte diGreenpeace nei confronti delle aziende produttrici di tonno del nostro Paese e successivamente ad accordi intrapresi con Legambiente in vista di un percorso teso alla sostenibilità ed all'impegno ambientale, Mareblu annuncia oggi un importante passo in avanti relativamente ai propri metodi di pesca, che entro il 2016 dovranno prevedere unicamente l'impiego del metodo con canna (Pole&Line) o di reti a circuizione senza uso di sistemi di aggregazione per pesci (FAD).
Secondo Giorgia Monti, responsabile della "Campagna Mare" di Greenpeace, si tratta di un passo avanti molto importante. Mareblu è infatti il primo marchio italiano ad impegnarsi chiaramente nell'eliminare l'uso di reti a circuizione con FAD, un metodo di pesca distruttivo, che non solo cattura numerose specie in pericolo, ma anche esemplari giovani di tonno, aggravando la crisi degli stock. Giorgia Monti aggiunge come sia ora che gli altri leader del mercato italiano del tonno in scatola prendano lo stesso impegno.
Come sottolineato da parte di Adolfo Valsecchi, presidente di Mareblu: "Gli impegni presi oggi sono essenziali non solo per tutelare la risorsa tonno, ma per garantire un futuro alla nostra azienda. Speriamo che i nostri standard vengano adottati presto anche dal resto dell'industria conserviera del tonno". Inoltre, dallo scorso aprile, Mareblu ha instaurato nel nostro Paese una partnership con Legambiente, al fine di rendere maggiormente trasparente il proprio percorso di miglioramento delle performance di rispetto ambientale nella produzione del tonno.
L'accordo tra l'azienda che occupa il terzo posto tra le industrie del tonno italiane e Legambiente si basa sulla proposta da parte dell'associazione ambientalista di compiere regolarmente deicontrolli in merito al proprio percorso di sostenibilità. Il marchio Mareblu sarà inoltre a fianco di Legambiente nel contribuire a sostenere il centro di recupero tartarughe marine di Manfredonia e la manifestazione "Spiagge e Fondali Puliti", una delle più importanti e seguite espressioni di ambientalismo attivo in merito alla difesa del mare e delle coste in Italia.
L'azione di Mareblu non si ferma all'Italia, ma si estende a livello internazionale. Mareblu si è infatti impegnata ad appoggiare la creazione di riserve marine nelle zone d'alto mare del Pacifico, a incrementare nei propri prodotti la quota percentuale di tonnetto striato (unica specie al momento non in crisi), a non utilizzare il tonno obeso (specie vulnerabile secondo l'IUCN), e a offrire maggiore trasparenza ai consumatori, indicando in etichetta oltre al nome della specie, l'area e il metodo di pesca.
Greenpeace tiene a comunicare come Mareblu debba ora concretizzare le proprie promessedi impegno attraverso azioni concrete, che le permettano di rispettate gli accordi intrapresi entro i termini stabiliti. Dopo un anno di forti pressioni da parte di Greenpeace, Mareblu ha comunicato la propria decisione di estendere anche all'Italia gli impegni nel campo della sostenibilità già intrapresi relativamente al mercato inglese, sotto il marchio John West.
Ai consumatori di tonno, ricordiamo infine il galateo del riciclo delle lattine che lo contengono, del loro involucro e dell'olio che si trova al loro interno, al fine di svolgere una corretta raccolta differenziata in merito. Tale decalogo è stato presentato da Mareblu in occasione di "Spiagge e Fondali Puliti 2012", la tre giorni di pulizia delle località balneari promossa da Legambiente:
1. Il cartoncino esterno deve essere gettato insieme alla carta e al cartone
2. L'olio residuo va raccolto in una bottiglia ed eliminato nella più vicina ecostazione
3. Non versare mai l'olio negli scarichi dell'acqua
4. La lattina va tra i rifiuti metallici