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13/06/12

Biocarburante dal pesce pangasio


sottoprodotto del pangasio per produrre biodieselDopo l’olio di frittura usato per alimentare auto e la follia del grasso umano ecco sbarcare i residui di pesce pangasio. Il prezzo della benzina sale e l’idea che i biocarburanti possano essere un tantino più economici alletta. Certamente l’Europa con la sua indecisione rispetto alla normativa sui biocarburanti non aiuta a a fare le scelte giuste. Dunque se alcune idee sembrano buone, altre false buone idee perché vanno a sfruttare terreni sottraendoli all’agricoltura quello progettato dalla finlandese Neste Oil all’apparenza sembrerebbe più sostenibile.
L’azienda che già produce un biocarburante il NExBTL scommette sull’uso di grasso proveniente dall’industria della trasformazione ittica per produrre biodiesel. Una priuma sperimentazione è stata fatta in Indonesia con scarti provenienti dall’Asia del sud. Anzi va oltre e annuncia che grazie al grasso di scarto si ottiene una riduzione di emissioni di CO2 pari all’84% rispetto ai combustibili ordinari e nella conta include l’intero ciclo di produzione. Una riduzione spettacolare dovuta all’uso dei sottoprodotti del pangasio pesce molto presente nelle acque vietnamite e thailandesi e introdotto sul mercato occidentale nel 2000.
I ricercatori di Neste Oil si sono messi in testa di usare le sue interiora per sviluppare un biocarburanti poiché il pangasio è considerato dagli esperti come uno dei pesci che presentano il miglior bilancio ecologico. Ha detto Matti Lehmus viceprendiente del settore energie rinnovabili di Neste Oil:
Ciò ci permetterebbe di usare i sottoprodotti di diverse industrie per rimpiazzare il petrolio con un prodotto di qualità. E per questo il nostro obiettivo quest’anno è quello di aumentare la quantità di sottoprodotti e rifiuti che andremo a impiegare come materie prime per centinaia di migliaia di tonnellate rispetto al 2011.
Via | Zegreenweb, Neste Oil
Foto | Flickr

12/06/12

Gucci, scarpe uomo-donna in plastica ecologica


Le ballerine ecologiche e compostabili di Gucci
Piano piano l’Alta moda e il Made in Italy con le grandi firme si accorgono che i consumatori sono clienti più attenti verso i prodotti sostenibili. Ecco letteralmente scendere in campo Gucci con una doppia linea di scarpe uomo donna la Sustainable soles footwear: ballerine per lei e sneaker grintose per lui.La maison fiorentina guidata da Frida Giannini direttore creativo, prosegue con il suo impegno sostenibile affrontando le sfide sia creative sia di mercato scegliendo il basso profilo e la sobrietà.
La ballerina è stata battezzata Green Marola mentre le sneakers si chiamano Green California e saranno disponibili in negozio e sul sito Gucci.com dalla fine di giugno. E veniamo alla particolarità di queste scarpe prodotte in Italia in plastica biodegradabile, le ballerine e in suola bio con la pelle a concia vegetale le sneakers in versione alta e bassa e rispondenti a tutte le certificazioni internazionali quali UNI EN 13432 e ISO 17088.
Ma vorrei svelarvi come uno storico marchio come Gucci arrivi alla consapevolezza di ampliare la produzione tenendo conto ovviamente del design industriale ma anche della rinnovata necessità di materiali che siano più rispettosi dell’ambiente. Accade per contagio. Dopo l’incontro con Livia Giuggioli Firth e il suo progetto Green Carpet Challenge (di Gucci l’abito indossato da Livia a Cannes). Non solo: Gucci ha anche partecipato al Copenhagen Fashion Summit proprio un mese fa quando grazie all’unione di 5 camere della Moda del Nord Europa è stato possibile far sfilare le creazioni di 20 giovani stilisti ottenute da materie prime ecologiche prodotte in Italia e selezionate da C.L.A.S.S.
L’impegno però non si limita alla collezione di scarpe (in vendita a 150 euro al paio), ma è iniziato un anno fa con il ripensamento per mano proprio di Frida Giannini del packaging al 100% riciclabile; a gennaio con la certificazione RJC Responsible Jewellery Council- per l’oreficeria e la creazione della T-shirt in cotone biologico per sostenere Home il film di Yann Arthus-Bertrand e sponsorizzato proprio da PPR il gruppo a cui fa capo il marchio Gucci.
Via | Shoes Tv
Foto | MarcelGreen

11/06/12

Per la lampada che fa anche il caffé dobbiamo aspettare, non per quella fatta da chicchi di caffé riciclati

Quale maniera più fantasiosa per utilizzare i chicchi di caffé che metterli in una lampada? Ebbene sì, ancora una volta il genio creativo dei designer internazionali è riuscito a lasciarci a bocca aperta. Questa volta è merito dello spagnolo Raul Lauri che ha dato vita alla lampada ‘Decafé’ realizzata con un innovativo materiale composito a base di chicchi di caffè riciclati.
La forma è quella tradizionale, a coppa, e la base su cui è posizionata e in legno. Con un semplice ‘click’ il curioso oggetto si trasforma in una fonte di luce che scaldandosi sprigiona un buon aroma di caffé.
La ‘Decafé’ di Lauri si è già aggiudicata il primo premio alSalone Satellite Award durante l’edizione 2012 della settimana milanese del design e c’è già chi si augura di vedere al più presto un’intera gamma di prodotti a base di questo materiale


10/06/12

Allarme burro di arachidi: negli USA scoperte sostanze ignifughe pericolose


burro di arachidi
Dopo lo scandalo del "pink slime", la melma rosa utilizzata oltreoceano per aumentare il volume della carne macinata, che starebbe provocando una diminuzione del suo consumo negli Stati Uniti, ecco nascere una nuova preoccupazione alimentare per i consumatori del mercato a stelle e strisce. Essa riguarda anche uno degli alimenti più amati negli USA, quasi irrinunciabile sia a colazione che a merenda, in particolare da parte dei bambini: il burro d'arachidi.
Attraverso un nuovo studio effettuato su alcuni prodotti acquistati nei supermarket di Dallas, in Texas, i ricercatori hanno individuato la presenza quasi nella metà degli alimenti esaminati, che oltre al burro d'arachidi comprendevano pesce, carne di tacchino e carne di manzo, la presenza di tracce di una pericolosa sostanza ignifuga solitamente utilizzata per l'isolamento delle pareti degli edifici.
Tra gli autori dello studio, Arnold Schecter, della University of Texas School of Public Health, sottolinea come una simile sostanza non dovrebbe essere mai presente in alcun tipo di alimento, in quanto per nessun cibo, a rigor di logica, vi dovrebbe essere la necessità di un trattamento mediante sostanze ignifughe. Si tratterebbe dunque dell'ennesimo agente contaminante e potenzialmente pericoloso per la salute ad infiltrarsi nella catena produttiva dell'industria alimentare, destando così numerose perplessità sulla qualità del cibo che i cittadini acquistano ogni giorno per nutrirsi.
La sostanza in questione, denominata Hexabromocyclododecane (HBCD), non farebbe altro che allungare la lista dei componenti chimici sospetti individuati all'interno degli alimenti, tra le quali non sono mancate, sempre negli Stati Uniti, DDT, mercurio e diossina, che hanno interessato in particolare alimenti quali il pesce e diversi prodotti comunemente in vendita nei negozi di alimentari.
Riguardo l'HBCD, la U.S. Environmental Protection Agency (EPA) si è immediatamente pronunciata definendo tale sostanza come in grado di provocare nell'uomo danni legati alla riproduzione ed alla produzione di ormoni, con conseguenze che potrebbero rivelarsi molto gravi soprattutto nel caso dei bambini e dei neonati, anche con riferimento al periodo precedente alla nascita. Tracce di tale sostanza sono infatti state individuate nel cordone ombelicale.
Lo studio non specifica quali marchi di prodotti siano stati presi in esame, ma riferisce di aver preso in considerazione prodotti comunemente diffusi. Secondo gli esperti, l'assunzione di sostanze chimiche potenzialmente pericolose come l'HBCD, ingerite accidentalmente tramite gli alimenti, sarebbe in grado di provocare un vero e proprio accumulo di tossine all'interno dell'organismo, con conseguenze che potrebbero incidere sulla salute. L'EPA, infine, non ha dimenticato di sottolineare come la l'HBCD sia da considerarsi una temibile fonte di inquinamento ambientale, in grado di mettere in pericolo gli organismi acquatici, oltre che di provocare potenziali danni neurologici e riproduttivi nell'uomo.

09/06/12

Pink Slime: lo scandalo della "melma rosa" che sta minando il consumo di carne negli USA


melma rosa
Porta il nome di Pink slime, "melma rosa" in italiano, il nuovo scandalo alimentare made in Usa. Il Paese a stelle e strisce, uno tra i principali consumatori di carne bovina al mondo, da alcune settimane è in subbuglio a causa di questa poltiglia rosa a bassissimo costo, diffuso additivo usato per aumentare il volume della carne macinata di hamburger, wurstel, kebab, cotolette, salsicce, ripieni di tortellini e di ravioli, chicken nuggets, salami, tutti fatti con gli scarti della carne derivata da altri processi produttivi.
Il caso scoppia all'inizio del mese di Marzo, quando l'emittente televisiva ABC News ha raccontato ai consumatori americani che il 70% della carne macinata venduta negli States contiene Pink slime a loro insaputa, visto che le leggi permettono di scrivere "100% carne bovina" sulle confezioni anche quando il prodotto è costituito per il 15% da questa poltiglia fatta anche di cartilagini, tendini e altri tessuti connettivi, triturati molto finemente, separati dal grasso in presse ad alta pressione, fino a 200 atmosfere, irrorati poi con ammoniaca per evitare il problema dei batteri, "conditi con degli aromi artificiali" e, infine, congelati.
Il Pink slime, prodotto principalmente dall'azienda Beef Product Inc. (Bpi), viene poi venduto all'ingrosso ai maggiori produttori di carne, che lo usano come additivo per fare aumentare peso e volume ai prodotti che finiranno negli scaffali dei a supermercati, fast food come McDonald's, Burger King e Taco Bell e ristoranti. Ma è tutto regolare, anche perché per il ministero dell'Agricoltura statunitense nel 2001 il prodotto disinfettato con ammoniaca è commestibileper gli esseri umani. Che importa, poi, se le parti dei bovini solitamente scartate per precauzioni sanitarie, come quelle più vicine alla pelle che possono essere contaminate dalle feci, ci finiscono dentro?
Ma, almeno questa volta, l'America non ci sta e, in seguito alla grande attenzione dei media e all'allarme lanciato dai consumatori, i produttori di carne bovina sono già alle prese con un notevole calo della domanda, mentre la BPI ha sospeso la produzione in tre dei suoi stabilimenti negli Stati Uniti. Eppure, come spiega Tom Laskawy su Grist, l'ammoniaca con cui viene trattato il Pink slime è solo l'ultimo "ingrediente" di una lunga lista di prodotti chimici non etichettati utilizzati nella lavorazione di quasi tutte le carni rosse e bianche industriali.
Ne sono un esempio gli elementi elencati in questo pdf dell'United Stated Department of Agriculture document, tra cui appaiono, solo per citarne alcuni, ipoclorito di calcio, usato nello sbiancamento del e nella pulizia delle piscine, acido ipobromoso, dotato di proprietà germicide, Dibromodimetilidantoinae e cloro. Ma anche alcuni antimicrobici approvati, come il sale, le spezie, il limone. E nessuno di questi elementi appare in etichetta. Perché? "Forse perché sapere quanto la carne abbia bisogno di essere trattata e disinfettata chimicamente prima di essere venduto, potrebbe scioccare e disgustare i consumatori", spiega Tom Laskawy.
E che dire poi di tutti gli altri alimenti trattati con quantità di ammoniaca anche maggiore rispetto quella utilizzata per la carne che finisce in hamburger & Co.? Un blogger  ci rivela, attingendo ai dati di un documento addirittura del 1973 (e non ci sono motivi per credere che le cose siano radicalmente cambiate), che il formaggio è in cima alla lista, con 0.138 grammi di ammoniaca ogni 100 grammi, tra i cibi che ne contengano, seguito, nell'ordine, da insaccati (0,11 grammi di ammoniaca per 100 grammi), burro di arachidi (0,049 grammi per 100), maionese (0,041 grammi per 100), ketchup (0,035), gelatina (0,034), ecc.
Ecco la classica "americanata", direte voi. E invece no: se pensate che in Italia la situazione sia diversa, vi sbagliate di grosso! Anche l'attento popolo tricolore, probabilmente, non conosce davvero il cibo che compra e che poi serve a tavola. Avete mai sentito parlare di "carne separata meccanicamente"? È un termine poco noto ai consumatori, anche se usato da diverse aziende italiane, presente nelle etichette di moltissimi prodotti realizzati e venduti nel Bel Paese e tradotto dall'inglese Mechanically separated meat (MSM). Beh, indovinate un po', questa dicitura non definisce altro che...rullo di tamburi...il pink slime. Sempre lui.
Basta fare un giro in un qualsiasi supermercato per rendersene conto: sono tantissimi i prodotti con questa dicitura in etichetta, dai wurstel ai cordon bleu, passando per spinacine, salumi, ripieni di tortellini e ravioli e zuppe disidratate. C'è però una differenza, spiega l'Aduc in una nota  : "da noi la lavorazione degli scarti della macellazione è un fatto abituale. Anche qui si usano i resti come in Usa, ma in tutta l'Ue è vietato disinfettare la carne con sostanze chimiche". In questo periodo, però, la Commissione Europea sta preparando una legge alimentare più severa e da dicembre 2011 è in vigore un nuovo obbligo di etichettatura, che però sarà vincolante solo fra tre e cinque anni.
"Esso contempla tra l'altro l'indicazione obbligatoria del luogo di provenienza per tutta la carne (finora valeva solo per quella bovina) e scritte sulle confezioni di una certa grandezza. E' invece ancora in fase di studio una definizione univoca di carne separata meccanicamente", spiega l'Associazione di Consumatori. Intanto, le aziende continuano purtroppo a pompare in questo modo davvero disgustoso il volume della carne che producono, ovviamente per abbattere i costi. E, visto che sono ancora troppi consumatori che non hanno scelto una dieta vegetariana o vegana, nonleggono le etichette e non sanno come è fatto ciò che mangiano, il profitto è garantito...