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26/12/11

Il fotovoltaico intelligente e galleggiante:


Primo impianto a inseguimento su un bacino artificiale

Un progetto di Ftcc (Scintec.it)Un progetto di Ftcc (Scintec.it)
MILANO - Energia pulita senza rovinare il paesaggio? L’idea arriva dall’Italia. È stato inaugurato in provincia di Pisa il primo impianto fotovoltaico galleggiante «in movimento» che sfrutta le aree inutilizzate dei bacini artificiali. Montato su zattere che inseguono i raggi solari, ha un impatto ambientale limitato. La tecnologia del Floating Tracking Cooling Concentrator (Ftcc), questo il nome del sistema, è nata nei laboratori di una società pisana, la Scienza industria tecnologia (Sit). A fondarla, vent’anni fa, un gruppo di fisici del Cern, il maggiore centro di ricerca su particelle e alte energie in Europa.
IMPIANTO PILOTA - Il primo impianto pilota, terminato a settembre e realizzato in collaborazione con la toscana Koiné Multimedia e la Enertec di Trento, occupa 300 metri quadri del bacino di Colignola per 30 chilowatt installati, cioè l’energia sufficiente al fabbisogno di dieci abitazioni. «Il sistema che abbiamo brevettato è unico e sta ispirando aziende in Italia e all’estero», racconta Marco Rosa-Clot, amministratore delegato di Sit. «È arrivato perfino in California»
L'impianto di ColignolaL'impianto di Colignola
TECNOLOGIA - In Italia esistevano alcuni impianti galleggianti, ma erano fissi e non riuscivano a concentrare l’energia del sole. Il supporto (tracking) dei nuovi pannelli ha il vantaggio di costare la metà (500 euro per ogni kW installato) dei pali per l’inseguimento solare a terra, ed è costituito da zattere che si spostano con facilità in base all’orientamento dei raggi solari. Si avvale inoltre di riflettori che aumentano la potenza dei moduli. Il problema del surriscaldamento, che in estate diminuisce l’efficienza dei pannelli, viene evitato irrorando sui moduli l’acqua presente nel bacino. E rispetto agli impianti tradizionali sono previsti maggiori incentivi statali.
IMPATTO - Nel complesso, il fotovoltaico su zattere produce fino al 75% di energia in più rispetto a quello tradizionale, con costi ridotti del 20%. I nuovi pannelli potrebbero rappresentare una svolta per l’utilizzo del fotovoltaico in Italia, finora rallentato da timori legati all’impatto sul paesaggio e alla perdita di aree agricole. Poco invasivi, sono facili da rimuovere e possono occupare zone abbandonate o sottoutilizzate come laghi di cava, bacini idroelettrici o per l’irrigazione agricola. Una risorsa di cui l’Italia è ricca. «I laghi naturali e artificiali del nostro Paese sono tantissimi e coprono una superficie di oltre mille chilometri quadrati», spiega Rosa-Clot. I dati del Cnr confermano: nella sola Sicilia, i bacini occupano 75 chilometri quadrati. Il Paese del sole dovrà presto fare scelte coraggiose per proteggere l’ambiente. Un passo verso un futuro più sostenibile potrebbe partire da qui.

Aerei: le compagnie non-Ue devono pagare per le emissioni di CO2,


Dal 1° gennaio. Si apre una guerra commerciale-politica con gli Usa e la Cina

(Epa)(Epa)
MILANO - La Corte di giustizia dell'Unione europea ritiene valido il sistema Ets (Emission trading system) anche per il settore aereo. In pratica dal 1° gennaio 2012 le compagnie aeree dovranno pagare (compensare) per le emissioni di gas serra causate dai velivoli che atterrano nei 27 Paesi dell'Ue. I giudici europei di Lussemburgo hanno infatti respinto il ricorso presentato da alcune compagnie aeree statunitensi contrarie al provvedimento adottato dall'Ue nel 2008. «L'applicazione all'aviazione del sistema Ets non viola i principi di diritto internazionale né l'accordo Cieli aperti», dichiara la Corte. Nel 2008 l'Ue decise di obbligare tutte le compagnie aeree (europee e no) che volano nei Paesi Ue di compensare il 15% delle loro emissioni di anidride carbonica a partire dal 1° gennaio 2012. Le compagnie nordamericane hanno fatto ricorso ritenendo «discriminatoria» la normativa - alla quale si erano detti contrari 26 dei 36 membri dell'Organizzazione internazionale dell'aviazione civile - anche compagnie asiatiche e russe avevano protestato.
COSTI - Secondo l'Ue i costi per i passeggeri della nuova normativa sono minimi: 1-2 euro a volo fino a un massimo di 12 euro a tratta per i voli transatlantici. Secondo il nuovo schema, a ogni compagnia aerea che atterra in Ue viene assegnata una quota di emissioni pari a poco meno della sua media storica. Se la quota viene superata, si possono comperare quote da altre compagnie che hanno emesso meno del limite assegnato. Per chi supera il limite sono previste sanzioni pari a 100 euro per ogni tonnellata di CO2, ma anche l'interdizione di atterraggio. Le compagnie americane hanno denunciato la «norma discriminatoria e una tassa sui carburanti proibita in base alla convenzione di Chicago» sui diritti d'aeroporto. Secondo la Corte di Lussemburgo, invece, la norma «non viola le norme internazionali».
RITORSIONI - Dal piano commerciale, la questione è diventata politica. Infatti la Camera dei rappresentanti Usa ha adottato un progetto di legge che proibisce alle compagnie americane di accettare la norma europea. La Cina inoltre ha minacciato ritorsioni commerciali contro l'Ue, in particolare contro Airbus. Nonostante gli aerei emettano globalmente solo il 3% dei gas serra, le compagnie aeree sono tra le sorgenti a più rapido incremento (3-4% all'anno) e in particolare quelle americane sono responsabili del 50% della CO2 emessa dagli aerei commerciali in tutto il mondo. Le compagnie americane sommano il 10% delle emissioni aeree all'interno dell'Ue, mentre per le compagnie indiane e brasiliane la quota è dell'uno per cento a Paese.
AMBIENTALISTI - La coalizione transatlantica di sei organizzazioni ambientaliste (le americane Center for Biological Diversity, Earthjustice, Environmental Defense Fund, e le europee Aviation Environment Federation, Transport & Environment e Wwf-Uk) plaude alla decisione della Corte di Lussemburgo. «La decisione odierna stabilisce che la normativa Ue non è contraria alla sovranità delle altre nazioni, e non riguarda i trattati internazionali», dice una nota della coalizione.

25/12/11

Greenwashing: come ci ingannano per farci credere di essere green,


Il greenwashing crea un’immagine positiva del marchio

MILANO - Macchine nei boschi, città dai cieli tersi e stellati e animali che vivono in habitat incontaminati. Sono queste le rappresentazioni più frequenti usate nello scenario pubblicitario da multinazionali e grande aziende per promuovere la loro sensibilità alle tematiche ambientali. Una strategia per accattivarsi la simpatia del pubblico, chiamata greenwashing, che permette di creare attraverso l’ingiustificata appropriazione di virtù ambientaliste un’immagine positiva delle proprie attività o dei propri prodotti, distogliendo l’attenzione dalle responsabilità di questi stessi gruppi nei confronti dell’inquinamento. E dove per lavaggio verde, si intende quello della loro coscienza.
MARKETING - Infatti, come sostengono i rappresentati dell’Adci, associazione creativi e pubblicità italiana, negli ultimi anni la sostenibilità si è trasformata in una vera propria leva di marketing, motivazione d’acquisto forte a tal punto da spingere i consumatori ad associare un prodotto ecologico al concetto di modernità e a collocare l’azienda che lo produce a un livello più avanzato. Una tendenza, quella della falsa coscienza verde, nata una decina di anni fa negli Stati Uniti e che ha contagiato presto anche le aziende italiane. «Il suffisso eco ormai è dappertutto», spiega Francesco Taddeucci, direttore creativo dell’agenzia Lowe Pirella, «e metterlo induce il consumatore a credere che il prodotto sia etico ed ecologico, quando, in molti casi, lo è solo in parte o peggio per niente. Per le campagne pubblicitarie, sarebbe un atteggiamento migliore da parte delle aziende cercare di diffondere un messaggio onesto. Ad esempio», ipotizza il creativo, «dire "stiamo cercando di avere un impatto ambientale minore anche se non siamo in grado di salvare il mondo perché ancora non abbiamo smesso di inquinare", risulterebbe senz’altro un tono più sincero. E, nel nostro settore, paga sempre di più comunicare qualcosa di vero. Troppo spesso, infatti, si vedono campagne pubblicitarie al limite del surreale, come quella lanciata da una grande casa automobilistica dove il guidatore scendeva dall’auto e veniva abbracciato da un orso come segno di riconoscenza».
LAVAGGIO VERDE – Del resto, per i pubblicitari italiani, l’irrefrenabile corsa al verde si è diffusa a macchia d’olio nel nostro Paese e l’unico modo che ha di difendersi il consumatore è quello di non farsi fuorviare dal bombardamento di messaggi ingannevoli: prestando una maggiore attenzione alle schede dei prodotti e alle diciture delle etichette, oppure cercando in rete giudizi attendibili di altri consumatori, basati sulla conoscenza reale di tematiche ambientali e di principi etici sociali. «Purtroppo su queste tematiche», sottolinea Taddeucci, «in Italia si effettuano pochissimi controlli sulle pubblicità e le maglie per far passare concetti falsi: rispetto all’Inghilterra e agli Stati Uniti sono molto più larghe. Infatti, nei Paesi anglosassoni, l’attenzione degli organi d'informazione e della pubblica opinione ai messaggi trasmessi dagli spot è esponenzialmente superiore. Nel senso che, se un’azienda dichiara qualcosa di non vero in una campagna di promozione, scendono in campo la stampa e le tv nazionali a farli neri».
ITALIA - Tra i pochi casi italiani, la decisione del Giurì dell’autodisciplina pubblicitaria che, lo scorso aprile, ha censurato gli spot dell’acqua Ferrarelle con l’accusa di diciture ingannevoli sulle confezioni. Infatti, la società produttrice dell’acqua minerale dichiarava nella pubblicità bottiglie di plastica a totale impatto zero, una mezza verità visto che la loro produzione è stata compensata dalla riforestazione solamente in parte e non in maniera totale.
GREENWASHER - Non passa quasi mai inosservato invece, soprattutto negli Usa, chi tinge troppo di verde le parole per descrivere articoli o risultati aziendali. Una messa alla berlina che prevede anche una classifica negativa per le peggiori compagnie con annesso boicottaggio dei consumatori sull’acquisto dei loro prodotti. Tra queste aziende, molte segnalate in occasione dell’Earth Day dal rapporto stilato dal gruppo Living green, anche nomi popolari. Ad esempio, tra le campagne contestate dai consumatori americani, quella fatta da Kraft nel 2002, quando per promuovere alcuni cereali scelti (ceduti successivamente dalla stessa azienda nel 2007) veniva rimarcato il concetto di ingredienti naturali, mentre in realtà il mais utilizzato per la loro preparazione risultò geneticamente modificato. Nel mirino anche la Tyson Chicken per la promozione di prodotti naturali quando la stessa compagnia alleva i polli con gli antibiotici e la Comanche Trace per la pubblicità dei campi da golf, spacciati come habitat ecologici, omettendo che gli stessi campi impoveriscono il suolo naturale e che il costante uso di pesticidi avvelena le acque sotterranee. Bacchettate, poi, la Clairor che con la sua linea di shampooherbal essences prometteva un’esperienza veramente organica ma che, secondo il rapporto, contiene molti prodotti chimici come il solfato di sodio, e la General Motors per la promozione di auto ecocompatibili con tanto di pubblicità di Suv nelle foreste. Infine, segnalata come industria ingannevole anche l’American Electric Power per la falsa pubblicità di se stessa come azienda attenta all’ambiente, mentre nei fatti la compagnia americana è uno dei maggiori inquinatori di tutto il pianeta con emissioni di gas serra, avvelenamento da mercurio e piogge acide.

BUON NATALE!


Buon NATALE, e che sia un ECO-NATALE!
Tanti auguri!

24/12/11

PHA, la nuova BioPlastica dalla fermentazione degli zuccheri:


Verrà presentata ufficialmente nell’ aprile 2012, la bioplastica di seconda generazionePolyhydroxyalkanoato, o più semplicemente PHA: un poliestere lineare prodotto in natura da una fermentazione batterica di zucchero, biodegradabile in acqua in dieci giorni. L’invenzione è tutta made in Italy, ad opera dell’azienda Bio-on di San Giorgio Di Piano (Bologna) che garantisce prestazioni del tutto paragonabili alle plastiche derivate dal petrolio.
Potremmo trovarci davanti a una vera e propria rivoluzione nel settore della chimica, di una chimica destinata a colorarsi sempre più di verde…
La concorrenza è forte, gli investimenti ingenti, per cui dalla Bio-on non trapela molto. Ma la consapevolezza di avere in mano un progetto di alto respiro c’è tutta tra il management emiliano. L’azienda – composta da 42 persone, di cui 30 ricercatori – è nata nel 2007, con l’idea di utilizzare solo scarti vegetali e non coltivazioni alimentari per condurre le sue ricerche. Prima gli scarti della barbabietola e poi anche della canna da zucchero.
Niente organismi geneticamente modificati dunque, né solventi chimici ma produzioni capaci di essere disperse nell’ambiente al 100%. Il resto lo fanno come sempre gli investimenti, i 12 milioni di euro messi sul piatto per il PHA, materiale che però ripaga gli sforzi con la sua estrema versatilità: resistente, flessibile, elastico, con ottime proprietà termiche, impermeabile ai gas e ai liquidi. Caratteristiche che rendono il biopolimero adatto a numerose applicazioni, come la costruzione di componenti per auto e aerei, oltre che per l’elettronica, l’arredamento, i giocattoli, gli imballaggi alimentari e le buste per la spesa.
Bio-on si propone inoltre di realizzare bioplastiche su misura per le esigenze di ciascuna azienda.
Come? Attraverso una serie di impianti produttivi, il primo dei quali sarà realizzato a Minerbio (Bologna). Altre sette strutture prenderanno forma tra Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Si punta a immettere sul mercato almeno 10.000 tonnellate di PHA all’anno entro il 2012. E nel contempo portando avanti nuove iniziative di ricerca e sviluppo.